212018Nov
“Nella boxe conta il carattere” – INTERVISTA A LEONARD BUNDU

“Nella boxe conta il carattere” – INTERVISTA A LEONARD BUNDU

Siamo andati a trovare Leonard Bundu all’Accademia Pugilistica Fiorentina, dove è istruttore; ma prima di trascrivere l’intervista ripercorriamo brevemente la sua storia…

 Leonard Bundu nasce a Freetown in Sierra Leone nel 1974. I suoi genitori si sono conosciuti a Firenze negli anni ’60, facendo l’università: la madre è fiorentina e il padre sierraleonese. Quest’ultimo morirà quando Leonard ha solo 8 anni. Verso il 1990 in Sierra Leone scoppiano dei disordini quindi il 16enne Leonard si trasferisce a Firenze.

 Entra nell’Accademia Pugilistica Fiorentina. Apprende la boxe a tempi record (il suo allenatore dirà che imparava a boxare come Mozart imparava la musica), tanto che affronta il primo combattimento dopo solo 5 mesi di palestra.

 Inizia un’ottima carriera da pugile dilettante ma il suo percorso rallenta nel 2001. In quell’anno, a causa del ferreo regime di ritiri e diete a cui lo obbliga la nazionale, Leonard comincia ad avere problemi alimentari e poi un progressivo calo di motivazione.

 Conosce Giuliana Riunno, sua attuale compagna, e questo rapporto darà una svolta positiva alla sua vita. E’ un Leonard completamente rinato quello che nel 2005, a 30 anni, decide di diventare un pugile professionista.

 La seconda parte della sua carriera è folgorante: vince sempre. Nel 2007 conquista il titolo di Campione del Mediterraneo IBF e nel 2011 è campione europeo EBU dei pesi welter: difenderà il titolo con successo per sei volte.

 Nel 2014, a 40 anni suonati, sale sul ring a Las Vegas per tentare la conquista del titolo mondiale welter WBA contro Keith Thurman, un pugile giovane e fortissimo, detentore anche lui di un record di imbattibilità.

 Al primo round l’americano sferra un destro che mette in ginocchio Leonard. L’arbitro inizia a contare ma Leonard si rialza e va avanti per altri 11 round, fino alla fine. Sconfitto ai punti, riceve l’applauso e la stima dell’avversario e del pubblico.

 Per il suo coraggio da leone, la sua tecnica perfetta e gli ottimi risultati, Leonard Bundu, “il fiorentino d’Africa” si è conquistato un posto nella storia della boxe come uno dei più grandi pugili che l’Italia abbia mai avuto.

 Attualmente vive a Firenze con Giuliana ed è padre felice di Andrè e Frida. 

INTERVISTA:

Ciao Leonard, hai cominciato a far boxe verso i 16 anni: come mai hai iniziato? Avevi un sogno?

Devo dire che gli sport da combattimento mi sono sempre piaciuti fin da quando ero piccolo e guardavo i film di Bruce Lee. Poi a quei tempi la boxe era uno sport più famoso  perché era l’epoca di Tyson che spaccava tutto (ride). Mi sono trasferito qui in Italia a 16 anni, non conoscevo nessuno quindi mi son detto: “andiamo in una palestra di boxe così conosco qualcuno e faccio una cosa che mi piace.”

Col tempo hai sviluppato un sogno, un’ambizione?

All’inizio questa cosa della boxe la prendevo per scherzo: ero giovane, mi riusciva bene, facevo delle belle vittorie, un passo dopo l’altro sono entrato nella nazionale italiana… Ma non la vedevo come un lavoro: l’obiettivo era divertirmi. Mi dicevo “Mi piace la boxe, ora mi diverto con questa; poi quando sarò grande troverò la mia strada.” Ora sono diventato grande ma sto ancora cercando cosa fare (ride). Comunque devo dire che la boxe mi ha sempre attratto e sono rimasto lì!

Secondo te quali sono le caratteristiche più importanti per un pugile?

A livello fisico ci vuole forza, velocità e resistenza… ma quello che conta è il carattere, la volontà di mettersi alla prova. Nella boxe bisogna essere disposti a sfidare se stessi, a impegnarsi tutti i giorni in palestra, arrivare al proprio limite e superarlo. Ci sono persone che si sentono attratte da queste sensazioni ma pensano di risolvere la cosa in modo disordinato, magari facendo casino in strada: ecco, la boxe non è per loro. La boxe è per chi ha il coraggio di mettersi alla prova in modo ordinato e regolato. La palestra per me è stata una scuola di vita: impari i sacrifici, il rispetto, l’amicizia, tutto quanto… può essere una bella terapia per tanti giovani!

Secondo te le caratteristiche psicologiche nello sport si possono allenare? Per esempio la determinazione, il coraggio…

E certo! Prendi il coraggio per esempio: se una cosa non l’hai mai provata, lì per lì sei timido, hai paura, ti chiedi “Mah, chissà come sarà?”. Ecco, la stessa cosa è fare un’ora di allenamento al sacco o un round sul ring. All’inizio ti sembra impossibile ma poi, prova e riprova, metti in fila tante piccole vittorie e a un certo punto vedi che ci riesci, che ti sei superato: e quando te ne accorgi diventi più resistente a livello emotivo, più coraggioso, più sicuro delle tue possibilità…

Dal punto di vista mentale quale era il tuo punto di forza?

Io non avevo paura di nulla: se un avversario era forte in certe qualità, per me era uno stimolo a prepararmi meglio, per annientare il suo vantaggio.

E’ vero che ti annoiavi a preparare gli incontri meno importanti?

Sì è vero, negli incontri importanti davo veramente il massimo; mentre invece avevo la tendenza a prendere sottogamba gli incontri “di rodaggio”, quelli che sono necessari ma che non sono valevoli per nulla e si fanno contro pugili bravi ma non campionissimi. Diciamo che quando gli avversari erano molto forti mi veniva da impegnarmi di più.

Quali sono state le figure che ti hanno aiutato di più nel tuo percorso?

Sicuramente il mio allenatore Alessandro Boncinelli detto “il Bonci”, che è stato un maestro da tutti i punti di vista. Sono proprio contento di aver incontrato il Bonci perché mi ha saputo guidare non solo nella palestra ma anche nella vita: è davvero una figura paterna per tutti, uno che cerca di esserci sempre, anche al di fuori della palestra. Poi certamente la mia famiglia: mamma, sorella, moglie, figli… E’ stata una cosa reciproca: loro mi hanno supportato ma anche io, soprattutto da quando ho avuto il primo figlio, sono diventato più maturo e mi sono preso le mie responsabilità. Arrivato alla soglia dei 30 anni avevo fatto solo la boxe quindi ho deciso di proseguire seriamente per questa strada.

Hai mai sentito parlare della psicologia dello sport? Hai mai collaborato con uno psicologo dello sport?

(ride) Sinceramente mai. Però penso che potrebbe essere d’aiuto perché ci sono tanti pensieri che ti passano per la testa quando sei a fare uno sport duro come il nostro. Nei periodi prima degli incontri ci vuole forza per reggere lo stile di vita, poi arrivi a salire sul ring e certe volte ti chiedi: “Ma che cavolo sto facendo??

Avevi dei metodi di preparazione mentale prima degli incontri? Ti dicevi delle frasi particolari? Avevi dei rituali?

Sì, avevo delle tecniche. Anzitutto cercavo di avere la mia famiglia accanto a me, perché mi dava forza. Poi mi piaceva anche stare da solo, calmo, in silenzio, a visualizzare il match: mi facevo il film dell’incontro, immaginavo cosa poteva andare bene, cosa poteva andare storto e mi dicevo: “Ora stai concentrato, dai il massimo per questo evento: penserai dopo a festeggiare”. Poi quando entri sul ring sei in trance, anche davanti a tante persone non vedi nient’altro che l’avversario, sei concentrato sulla tua missione.

Secondo te al di là dei risultati agonistici, cosa insegna la boxe?

Insegna tanto. Prima di tutto il rispetto. Magari uno va a fare boxe con l’idea di fare lo sbruffone e invece vede che il pugile più esperto è il primo a aiutare l’ultimo arrivato. Chi viene qui con idee strane resta spiazzato. Poi bisogna dire che questo è sì uno sport individuale, solitario, ma in palestra siamo una squadra, una famiglia, c’è tanto sforzo insieme, tanto supporto reciproco. La boxe è davvero una scuola, una cosa che rieduca, ti fa capire come funziona la vita: magari non si diventa tutti campioni, ma qui chi lavora e riga dritto sicuramente otterrà i suoi risultati e si prenderà le sue soddisfazioni. Poi ci sono anche i tipi persi e per quelli c’è poco da fare (ride) ma sicuramente la boxe è un buon sistema educativo.

Per concludere parliamo di fine carriera: tanti sportivi professionisti finiscono la loro carriera quando sono ancora giovani e si sentono disorientati in questo passaggio. Tu come l’hai vissuto?

Come l’ho vissuto? Come lo sto vivendo! (ride) Fin da giovane la mia occupazione principale è sempre stata la boxe. Finita la carriera da professionista tutto a un tratto non sei più nel vivo dell’azione e questo un po’ disorienta. Io però mi son detto: dato che il pugilato lo so fare e ho esperienza in questo settore, cerchiamo di rimanere nell’ambiente. Così mi sono rimboccato le maniche: ora insegno qui all’Accademia Pugilistica Fiorentina, anche se l’obiettivo è di aprire una palestra mia. Mi piacerebbe lavorare sull’aspetto educativo del pugilato per esempio con corsi per bambini, poi mi piacerebbe fare corso di boxe senza contatto per malati Parkinson: è una cosa che funziona, già testata con successo in America, in Italia per ora c’è solo a Como. Io ho fatto un corso, potrei essere uno dei primi.


QUATTRO RIFLESSIONI:

Questa intervista mette in luce numerosi elementi di rilievo da un punto di vista psicologico. Evidenziamone quattro:

Tecniche spontanee

Spesso gli atleti trovano da soli delle tecniche di preparazione mentale: in questa intervista Leonard Bundu ha accennato ai suoi esercizi di visualizzazione, rilassamento e dialogo interno. In questi casi lo psicologo sviluppa il programma di mental training partendo proprio dalle tecniche spontanee dell’atleta, portandole a un’efficienza ottimale.

Crescere da tutti i punti di vista

Un altro aspetto interessante del racconto di Leonard è che la decisione di passare al professionismo ha coinciso con una svolta a livello relazionale e personale. Uno dei pregiudizi che ancora resistono in ambienti sportivi è quello secondo il quale i veri campioni non hanno bisogno di curare il proprio mondo emotivo e relazionale. La storia di grandi atleti come Andrè Agassi, Tiger Woods o il nostro Leonard Bundu testimonia proprio il contrario. La trasformazione di un atleta in un campione avviene in modo ottimale solo se lo sviluppo sportivo avviene in equilibrio con la crescita personale e l’armonia nelle relazioni. Queste problematiche sono bene inquadrate dalla moderna psicologia dello sport che infatti ha due principali obiettivi: aiutare gli atleti a realizzare performance superiori e salvaguardare il benessere globale dell’individuo.

Il flow

Leonard Bundu da professionista ha vinto un incontro dopo l’altro. Sicuramente grazie a una perfetta preparazione fisica, tecnica e tattica ma le parole di Leonard mettono in evidenza anche alcuni aspetti psicologici non comuni. Per esempio, Leonard ricorda che erano proprio gli incontri più difficili che gli davano una maggiore spinta a impegnarsi. Inoltre, non avendo paura di nulla, non arrivava mai a uno stress eccessivo ma lavorava con fiducia per migliorare le sue capacità. Questo complesso equilibrio di idee e percezioni sembra suggerire una predisposizione al cosiddetto flow, ossia lo stato di attivazione psicofisica che fa da cornice alle prestazioni eccellenti o peak performance. Le principali tecniche di mental traininig hanno proprio l’obiettivo di aiutare l’atleta a ricreare questo stato di coscienza con cui Leonard ha una sicura familiarità.

Fine carriera

Leonard Bundu ha un progetto: mettere a frutto l’esperienza di pugile, magari aprire una palestra per conto proprio, lavorare con i bambini e con i malati di Parkinson. Tuttavia non tutti gli atleti hanno le idee così chiare: l’agonismo infatti richiede una grande concentrazione sul presente e può capitare che, terminata la carriera, gli sportivi si trovino davvero molto disorientati davanti al futuro. Per questo la psicologia interviene con programmi che sono a cavallo tra la psicologia del lavoro e la psicologia dello sport. Si tratta di percorsi che hanno lo scopo da una parte di supportare l’ex atleta a livello emotivo, dall’altra facilitare il reinserimento nel mondo del lavoro tramite corsi di formazione su tematiche come gestione finanziaria, bilancio di competenze e ricerca attiva di una nuova occupazione.




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