282019Jul
Quando appendere racchetta, scarpe, costume o guantoni al chiodo?

Quando appendere racchetta, scarpe, costume o guantoni al chiodo?

LE DIFFICOLTÀ NEL RITIRO SPORTIVO

Nello sport, come nella vita, il proprio valore lo si dimostra alla fine e non all’inizio.

È sicuramente un’immagine triste quella dei riflettori che si spengono, ma forse è proprio in questo momento che si trova il significato di tutto. Ogni volta che l’essere umano si trova di fronte ad una fine, entra in crisi. In psi­cologia sono chiamati “periodi critici”: l’adolescenza, il matrimonio, la nascita dei figli, ecc… Tutte opportunità di crescita ma, allo stesso tempo, scomode e alle quali non sempre ci si adatta con rapidità.

periodi di passaggio della vita non sono affatto semplici e la naturale resistenza al cambiamento ci porta ad avere paura di lasciare le pro­prie sicurezze per camminare verso l’ignoto. Anche concludere la propria carriera sportiva è da considerarsi un periodo critico. Alcuni atleti reagiscono prolungando questa fine all’infinito, spengendosi piano piano, altri preferiscono abbandonare all’apice, altri ancora sono costretti ad interrompere drasticamente a causa di gravi infortuni.

Ma, indipendentemente da come o quando il gioco si conclude, vivere la transizione dal mondo dello sport al mondo reale può rappresentare la vera sfida.

I cambiamenti sono tutti un po’ spaventosi, ma non si dovrebbe aver paura di aver paura perché questa fa parte del brivido del gioco.

ATLETI CHE L’HANNO FATTO AL CULMINE DELLA LORO CARRIERA.

Vediamo alcuni celebri esempi di atleti che hanno scelto l’apice di carriera per ritirarsi e ci spiegano il perché l’hanno fatto proprio in quel momento.

PENNETTA

Conquista lo Us Open e decide di lasciare il tennis. La campionessa brindisina a 33 anni ha toccato il punto più alto della sua carriera e ha raggiunto il massimo risultato sportivo. Meditava il ritiro da tempo ma per un motivo o per l’altro aveva sempre rinviato. La decisione di lasciare Flavia la spiega così: «Con il titolo dell’Us Open, la mia vita è perfetta».

MAYWEATER

Raggiunge il record di 49 vittorie e 0 sconfitte di Rocky Marciano da professionista, «La mia carriera è finita, è ufficiale devi sapere quando appendere i guantoni al chiodo. Sono ormai vicino ai 40 anni, non mi è rimasto nulla da dimostrare nel pugilato. Ora voglio solo passare del tempo con la mia famiglia».

LE DIFFICOLTÀ CHE STANNO NELL’IGNOTO, LONTANO DAI SOGNI

Come è importante avere e inseguire il proprio sogno, così è altrettanto importante riconoscere e capire quando abbandonarlo.

È difficile lasciare andare un sogno sul quale si è creduto per anni e sono pochi gli atleti che riescono a farlo con serenità e riconoscenza.

Sono noti nomi di atleti che non ce l’hanno fatta, quali per esempio Lance Armstrong, che dopo aver conquistato 7 Tour de France ed aver abbandonato il ciclismo da eroe indiscusso, è rientrato ancora affamato di vittoria e questa sua ostinazione è stata la rovina del ciclismo intero, con la grande truffa venuta alla luce; o al contrario uno che la sapeva lunga come Michael Phelps che avendo vinto il vincibile e il sovraumano aveva dichiarato di ritirarsi dopo Londra 2012, con un bottino olimpico di 18 ori, 2 argenti e 2 bronzi, ma non riuscendo a lasciare il cloro della piscina, riuscì a rimpolparlo ai Giochi di Rio 2016, con altri 5 ori e un argento.

Ma come il Cannibale ce n è uno; tanti che rientrano non sono in grado di riconquistare la fama lasciata, e spesso rischiano che la depressione diventi la loro nuova compagna di vita.

Per alcuni lo shock del ritiro è così intenso da provocare veri e propri sintomi post traumatici da stress.

L’IDENTITÀ SPORTIVA RISCHIA DI LASCIARE UN VUOTO

Il percorso di un professionista sportivo è anomalo e molto delicato, sia per la precoce età di pensionamento, sia per gli intensi stati emotivi che si trova a vivere e a gestire. L’Atleta è colui che non può distrarsi, è il giovane che non può permettersi di sgarrare, è l’adolescente che non può trasgredire e a cui, a volte, non è neppure permesso di crescere. Molti giovani atleti professionisti vivono un rapporto di amore-odio con la loro attività e ne rimangono come intrappolati.

In una recente intervista, Vanessa Ferrari (regina italiana della ginnastica artistica) ci testimonia questa condizione, dipingendo la sua vita come una prigione, in cui tutto gira intorno all’allenamento e alle regole da seguire; non c’è posto per altro, perché tutto potrebbe essere un elemento di distrazione. Anche se i successi sembrano ripagare di tutto il sacrificio, costruendo un’immagine di sé molto forte, il rischio è che l’identità e l’autostima degli atleti si costruisca quasi esclusivamente sulla base dei propri successi sportivi.

Essere coinvolti nello sport non dovrebbe precludere l’opportunità di esprimersi sotto altri aspetti: è importante trovare degli spazi, la forza e il tempo per dedicarsi anche ad altro. Come l’allenamento delle capacità atletiche possono portare a raggiungere degli importanti risultati sportivi, così l’acquisizione di “competenze di vita” possono aiutare ad aver successo e a formare delle persone migliori.

Negli Stati Uniti, sia nel Baseball che nel NBA, sono previsti dei programmi chiamati Rookie Career Develop Programs che accompagnano i giocatori nel passaggio. L’intento è quello di sviluppare qualità individuali, relazionali e professionali che renderanno l’atleta capace di essere soddisfatto e felice nella propria vita privata, relazionale e professionale, anche dopo lo sport.

LA PERSONA PRIMA DELL’ATLETA

La psicologia dello sport insiste molto sulla formazione della persona prima che dell’atleta, per accompagnare questi ragazzi a diventare uomini e donne a 360 gradi, ed evitare di costruire delle “macchine del successo” che rischiano di rimanere abbandonate nella nostra memoria e spesso sole nelle loro nuove insicurezze.

Un percorso di mental training in vista del ritiro può essere sicuramente una manna dal cielo, per aiutare a metabolizzare una vita dedicata all’agonismo e prepararsi ad una metamorfosi e reinventarsi, senza racchette, guantoni o scarpette tacchettate e pensarsi proiettati in una nuova vita, una nuova avventura che può continuare ad essere entusiasmante anche se lontana dai campi di gara o dagli spogliatoi.



Stefania Cicali



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